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Genova, convivere con il riscxhio o il lavcoros e ne va.
2.02.2008
Iplom Busalla
CONVIVERE CON IL RISCHIO
O IL LAVORO SE NE VA
Il 1° settembre 2005, un guasto all'impianto di desolforazione della raffineria Iplom di Busalla provocò un violento incendio. Nel paese si sfiorò una tragedia immane. "È innegabile che, nonostante gli ingenti investimenti dell'azienda per ridurre l'impatto ambientale, il tipo di produzione sia poco compatibile con quell'area compresa tra autostrada, fiume Scrivia e centro abitato" - dichiarava all'indomani l'assessore regionale all'ambiente Franco Zunino. E ancora: "C'é l'obiettivo del 2013 [data in cui termina la concessione ministeriale all'azienda, nda], bisogna cercare di lavorare per accorciare questa scadenza".
Delocalizzazione, trasferire altrove gli impianti, diventa parola di ordine, ma non per l'Iplom che, nel 2007, presenta un progetto che prevede la costruzione di una centrale elettrica alimentata ad olio di colza. Il progetto è respinto perché presenta "insormontabili criticità in relazione ai vincoli paesaggistici e ambientali" e "sottostima gli aspetti relativi alla sicurezza" (giunta comunale di Busalla, 6 giugno). Il sindaco di Busalla Marco Valerio Pastorino osserva che "un intervento del genere va evidentemente contro eventuali ipotesi di delocalizzazione della raffineria" (Secolo XIX, 13 luglio 2007).
Secolo XIX, 16 gennaio 2008. Dopo nemmeno sei mesi, l'Iplom insiste con una nuova proposta: il raddoppio dell'impianto per la produzione di idrogeno. E' la stessa struttura che aveva provocato l'incendio del settembre 2005 e la fuga in massa della popolazione dalle case di Busalla. Un potenziamento, ma anche un miglioramento - dice l'Iplom - delle "perfomance ambientali e di sicurezza" che significa "stabilità per Iplom e futuro certo per tutti i lavoratori". Un chiaro messaggio, l'Iplom vuole restare dov'è. Ma è anche un avvertimento.
Il comitato tecnico regionale dei vigili del fuoco concede il nulla osta, ma la consulta comunale ambiente di Busalla respinge il progetto: "un fatto grave, perché questo impianto è altamente pericoloso", "l'ampliamento appare in contrasto con le normative urbanistiche vigenti e ricade in area esondabile". I sindacati invece sono favorevoli "perché è volto a garantire i livelli occupazionali. Naturalmente - aggiungono - desideriamo che venga realizzato in condizioni tali da offrire garanzie sul piano ambientale e della sicurezza".
L'assessore Franco Zunino appare più prudente che nel 2005: "Ai primi di febbraio faremo un incontro del tavolo istituzionale. C'era l'ipotesi della delocalizzazione della raffineria e qui evidentemente si tratta di un consolidamento, mi sembrano due cose diverse".
E si va avanti così, a esaminare progetti, tra comitati tecnici, consulte, tavoli istituzionali e quant'altro, facendo finta di ignorare che per l'azienda e per i lavoratori la scadenza del 2013 è già arrivata.
"Rimbalza in primo piano il problema che costella da lunghi anni la vita della raffineria in relazione alla sua stretta aderenza all'abitato. All'indomani degli incidenti più rilevanti, si è sempre registrato un infittirsi di proclami sulla sicurezza e ipotesi di delocalizzazione, intrecciati a un sostanziale laissez-faire", così conclude Lodovico Prati il suo articolo sul Secolo XIX.
(o.i.)
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Vincenzi-Burlando
MA LE RAGIONI DI SCONTRO
NON SONO CARATTERIALI
"Dopo la pace diteci cosa farete": titolo dell'editoriale di Repubblica del 26 gennaio '08. La pace è quella siglata, al pranzo organizzato da loro collaboratrici, tra Burlando e Vincenzi (Repubblica 24 gennaio '08, "Siamo diversi ma non dite più che litighiamo"). Meglio la pace, si capisce, ma ad oggi non c'è stata una rappresentazione convincente dello scontro tra loro, ridotto a conflitto personale, di carattere o di genere. "State facendo il male di Genova" o "mettetevi d'accordo" erano le parole della stampa. Messaggi al plurale ma era lei, Vincenzi, la destinataria del messaggio. Solo per lei le battute ironiche e le tiratine d'orecchia - "le scorribande" oppure "gli effetti speciali" della sindaco" (Repubblica 7 gennaio '08). La città avrebbe voluto dalla sua stampa le ragioni dello scontro; capire perché la semplice parola "scontro" era da considerarsi imbarazzante al punto di invitare i protagonisti a fare i bravi.
Nel 2007, Vincenzi abbandonava il parlamento europeo per autocandidarsi a sindaco. Ignorata dal suo partito, i DS, poi osteggiata e solo alla fine subita, obtorto collo. Contro di lei schierate molte delle persone importanti della città. Come il presidente degli industriali che le chiese perchè non se ne stava a Bruxelles o il presidente di Carige (disse che per lui i candidati sindaci andavano tutti bene, perfino Margini (Oli106)! L'elenco potrebbe continuare ma è storia recente e tutti ricordano.
Poi Vincenzi ha vinto le elezioni e i partiti del centro sinistra hanno capito di dovergliene dare il merito. Speravano che la vittoria l'avrebbe placata e che, eletta, non avrebbe più rotto le scatole. Ma o non avevano capito perché avesse lasciato Bruxelles o lo avevano capito benissimo e l'aspettavano al varco per un regolamento di conti.
Di quali conti si tratta? La città non crede ai conflitti di carattere né agli "eccessi di esuberanza" di Marta. Questioni come quella Amt-Ami, parcheggio Acquasola, inceneritore, vendita del patrimonio pubblico comunale, proliferazioni di società partecipate toccano interessi enormi, gente pronta alla guerra. La questione del porto, che è anche aeroporto, extragettito, terzo valico e altro ancora, sta lì a provarlo. Il candidato vincente ha avuto l'appoggio del presidente della Regione, degli industriali, degli operatori portuali, di Carige, di Camera di commercio... persone che in vario modo avevano a suo tempo mostrato insofferenza per la candidatura Vincenzi.
Lo scontro è tra chi e chi? I partiti che sostengono la giunta Vincenzi parlano d'altro: orticelli privati da difendere prima di tutto dai compagni di partito. Neppure un misero comunicato per dire "sta succedendo questo, noi la pensiamo così, vorremmo che le cose andassero colà"; niente.
L'unica cosa certa, per ora, sono i cittadini che alle primarie e poi al voto hanno scelto Vincenzi come sindaco. Molti di loro pensano che il conflitto in corso non li riguardi. Come dargli torto? Forse Vincenzi dovrebbe dirgli...
(m.c.)
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Visibilità
I METALMECCANICI
DI IERI E DI OGGI
Su Repubblica del 19 gennaio l'articolo dedicato alle manifestazioni dei metalmeccanici che avevano bloccato strade e ferrovie compariva sotto il titolo: "Sì, ritorna lo sciopero a gatto selvaggio, così gli operai non sono più invisibili". L'espresione "a gatto selvaggio" indica in realtà tutt'altro, e cioè "lo sciopero in cui in una catena di montaggio le varie sezioni scioperano in tempi diversi, in modo da arrestare la produzione per il massimo tempo possibile" (Wikipedia). Una forma di lotta, quindi, innanzitutto interna alla fabbrica, finalizzata non alla visibilità pubblica ma ad incidere sulla produzione, praticabile solo se la sua organizzazione è capillare, posto di lavoro per posto di lavoro, operaio per operaio. Tutto molto, molto lontano, praticamente agli antipodi, dalle manifestazioni dei metalmeccanici nei giorni precedenti alla stipula del contratto: poche persone in strada che si sono affidate al blocco del traffico per conquis tare visibilità pubblica e titoli sui giornali.
Fin qui la svista forse è solo di chi ha dato il titolo all'articolo.
Ma poi l'articolista pone al segretario della Camera del Lavoro una buona domanda: "Lei che guidava proprio i metalmeccanici (negli anni '80 e '90 ndr) trova delle differenze tra la protesta di oggi e quelle di ieri?". La risposta del segretario lascia interdetti: "Allora chi faceva le lotte era una classe operaia più anziana… oggi quelli che scendono in strada e protestano sono giovani, e le condizioni economiche sono peggiorate".
E' davvero questa l'unica differenza? E' la differenza principale?
A riguardare le fotografie non dico degli anni '70, e nemmeno degli '80, ma quelle del difficile e controverso contratto del 1990 non si direbbe: le immagini rimandano foltissimi cortei (non solo di vecchi operai), bande musicali, una gran produzione di cartelli, bandiere, striscioni, donne ancora in gruppo a rivendicare diritti. Una partecipazione ancora corale, una speranza condivisa, un rapporto con la città non basato sul procurarle - in pochi - uno stato di disagio, ma sul fatto che si puntava ad obiettivi più vasti della essenziale questione salariale.
Le ragioni di questa differenza sono moltissime, riguardano l'interno e l'esterno del sindacato, quello che avviene in Italia e quello che è avvenuto in tutto il mondo.
Ma negarla, ridurne la portata, passare oltre, non è un buon servizio né per la informazione, né per la politica.
(p.p.)

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