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Un verdetto inaccettabile
6.02.2005

"Un verdetto inaccettabile"

Perplessità e dubbi, da parte dell'OSIA e del suo 'braccio' giuridico, circa il verdetto di non colpevolezza che ha assolto otto attivisti politici di origine indiana, ritenuti i responsabili dei disordini accaduti durante la scorsa Parata del Columbus Day nella città del Colorado

Washington - "Il recente verdetto dei giudici di Denver, che hanno assolto otto attivisti politici di origine indiana, ritenuti i responsabili dei disordini accaduti durante la scorsa Parata del Columbus Day nella città del Colorado, è irresponsabile nella sua totale inosservanza del Primo emendamento sulla libertà di espressione".

Così il Presidente nazionale dell'Order Sons of Italy in America Joseph Sciame e il Presidente della Commission for Social Justice, Albert DeNapoli, si esprimono in merito al verdetto di non colpevolezza per Ward Churchill, Glenn Morris, Troylynn Yellow Wood, Nita Gonzales, Reginald Holmes, Glenn Spagnuolo , Natsu Saito e LeRoy Lemos, diffuso da Pavlos Spavropoulous, portavoce della Transform Columbus Day Alliance.

Gli italo-americani che hanno organizzato e marciato durante la Parata - secondo i rappresentanti più alti delle due associazioni - hanno un diritto legale per farlo. L'hanno ottenuto, questo permesso alla Parata e hanno il diritto di marciare. Gli attivisti che hanno bloccato la Parata, in tal modo, hanno violato i diritti dei loro concittadini e spezzato le regole quando hanno ignorato gli ordini della polizia a disperdersi.

"Troviamo la definizione di 'intimidazione etnica' ridicola", continuano dall'OSIA. "Il Columbus Day non costituisce una espressione di odio. La Parata rappresenta la celebrazione di uno dei momenti più patriottici del nostro Paese. Quale sarà il prossimo atto? Che si protesti per la celebrazione del quattro luglio, giorno del Thanksgiving? Chiaramente, questi attivisti stanno usando il giorno di Colombo come 'uomo di paglia' per le loro rimostranze socio-politiche che, però, non sembrano includere il rispetto per i diritti degli altri e della Costituzione", aggiungono dall'organizzazione.

La giornata dell'eredità italiana in USA, che viene celebrata il secondo lunedì di ottobre da quando Ronald Reagan la istituì come festa nazionale nel 1984, aveva causato forti reazioni nella comunità pellerossa dello Stato del Colorado, la città in cui il Columbus Day venne festeggiato per la prima volta nel 1907.

Gli indiani in protesta sono stati circa 230 indiani; finirono tutti arrestati, per aver tentato di interrompere una sfilata più piccola, inscenando una manifestazione di protesta . "C'eravamo prima noi", dicevano i cartelli; la scoperta di Colombo è stata un "genocidio", sottolineavano . Gli arresti, informano organi di stampa locale, sono stati eseguiti sulla base di accuse di "vagabondaggio" e "mancato rispetto di una legittima ingiunzione ", cioè desistere dalla protesta.

A chiusura della sentenza dei giorni scorsi, l'avvocato della difesa David Lane ha dichiarato che le sei persone sue clienti si era opposte rigorosamente e con atti decisi alla Parata, ma a ferma convinzione che la giornata rappresenti solo un momento di distruzione della cultura dei Nativi d'America e Colombo un simbolo di oppressione e violenza delle locali comunità, pre-esistenti alla conquista e scoperta dell'America .

fonte: News ITALIA PRESS

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Ombre rosse di Paola Carini

Ci sono episodi della Storia che, sebbene lontani tanto nel tempo quanto nello spazio, continuano a vivere nella memoria collettiva. Uno di questi è la battaglia di Little Bighorn, ossia la disfatta del Settimo Cavalleria e del Generale Custer in quel caldo giugno del 1876 lungo il fiume omonimo. Sorvolando sulla clamorosa miopia tattica – il "villaggio" di cheyenne e sioux era imponente, aveva un’ampiezza di tre miglia, quasi cinque chilometri - e sull’intossicazione da alcol di qualche ufficiale delle giubbe blu, entrambe documentate da più fonti, quel che si ricorda maggiormente è che l’evento sancì la "vittoria" degli indiani. Questo è lo scarno dato storico su cui ognuno sovrappone considerazioni, dubbi, ipotesi, conferme a seconda di coloro per i quali parteggia: per gli indiani o per i cowboy? Per i valorosi soldati o per gli indomiti selvaggi? Quel che successe precedentemente, collateralmente o successivamente vive nell’ombra, in minuscole note a piè pagina o in pubblicazioni specialistiche.

Ripercorrendo la sequenza della battaglia utilizzando gli esiti più recenti dell’indagine storica, James Welch, scrittore di origini blackfeet (piedi neri), scorge nel massacro presso il fiume Marias, un fatto antecedente ma quasi dimenticato, il vero punto di svolta della Storia, quello che segnerà il destino di sopraffazione delle tribù delle pianure e il sistematico tentativo di annientamento delle genti native in tutto il continente nordamericano. Little Bighorn fu l’inizio della fine se, a meno di un anno di distanza, tutti i partecipanti indiani tranne Sitting Bull (Toro Seduto), si arresero e vennero rinchiusi nei forti e poi nelle riserve.

La costruzione dei forti, ossia di cittadelle fortificate nel mezzo di un territorio "nemico", aveva altre finalità oltre a quelle militari: nei forti si poteva commerciare con le tribù "pacifiche", quelle che tolleravano la presenza dei trappers, i cacciatori di pelli, e di altre genti nuove che per motivi squisitamente economici si avventuravano laggiù. Spuntati come funghi soprattutto nel corso dell’Ottocento, i forti erano come piazze del mercato dove i nativo americani scambiavano pelli e pellicce per utensili, specchi, gingilli inutili, coperte – contaminate dal vaiolo e distribuite appositamente agli indiani – e per quella miscela di alcol, tabacco, peperoncini, melassa e acqua che avrebbe dato il proprio contributo alla causa di estirpazione dell’indiano dal nuovo continente. Più tardi vi si sarebbero rinchiusi (e uccisi) capi famosi come Crazy Horse (Cavallo Pazzo), che fu assassinato a Fort Robinson nel 1877.

Alla confluenza del fiume Missouri e del fiume Marias, nel cuore del territorio del Montana, vivevano i blackfeet, il gruppo tribale ritenuto il più feroce delle Grandi Pianure perché, ricorda Welch, non voleva avere niente a che fare con i nuovi venuti. Nel 1869 vi venne costruito un forte, Fort Piegan, che per un paio di anni funzionò come trading post, cioè come luogo di scambi e commerci, per poi venire incendiato e distrutto. I blackfeet volevano essere liberi nella loro terra, ma il flusso inarrestabile della Storia li avrebbe comunque travolti.

Si deve al capitano Meriwether Lewis la "scoperta" del fiume Marias. Insieme al collega William Clark era stato incaricato dal Presidente Jefferson di esplorare i territori ad ovest del Mississippi, largamente ignoti, all’inizio dell’Ottocento. Lewis battezzò immediatamente il fiume con il nome della cugina, Maria appunto; anche la toponomastica diventerà un’efficace arma di obliterazione sia delle popolazioni autoctone che della memoria storica. Per qualche decennio i blackfeet riusciranno a tenere lontani i colonizzatori ma, all’epoca del massacro presso il fiume Marias, gli interessi commerciali dei bianchi – in special modo le ricercate pelli di bufalo che potevano viaggiare lungo la rete acquea del Montana - li avevano già stretti nelle morse di una trappola dalla quale non avrebbero potuto sfuggire.

Mountain Chief, capo dei pikuni, uno dei tre gruppi in cui si suddivideva la nazione blackfeet, era tra coloro che si opponevano allo stanziamento dei bianchi, rifiutando i colloqui di "pace" che invece altri capi avevano accettato. In realtà si trattò sempre di accordi iniqui secondo cui gli indiani dovevano cedere le loro terre in cambio di angusti territori (le riserve); oltretutto, aderirvi non assicurava automaticamente la propria incolumità. La Storia coloniale americana presenta un numero sostanziale di "incidenti" ai danni di chi era pacifico: esemplare fu ciò che avvenne a Black Kettle, Pentola Nera, capo di un gruppo altrettanto pacifico di cheyenne accampati lungo il fiume Washita, in Oklahoma. Il 27 novembre 1868 vennero attaccati durante il sonno da Custer e uccisi tutti e 103, incluso Black Kettle e la sua sposa: 93 delle vittime erano bambini, donne e vecchi. Questo "atto di guerra" rese fulgida la fama di Custer e offuscò l’assassinio. Quegli cheyenne diventarono ombre.

All’alba del 23 gennaio 1870, seguendo gli ordini del Generale Sheridan, il Colonnello Baker e quattro compagnie di cavalleria, 55 soldati di fanteria a cavallo, e un’intera compagnia di fanteria, aprirono il fuoco su di un gruppo di pikuni accampato lungo il fiume Marias, laddove il fiume forma un’ansa caratteristica. In quella regione di temperature invernali mai sopra i 20° sotto zero e di venti gelidi, l’esercito di Baker, con un’ingente capacità di fuoco, da sopra un promontorio sparò sull’accampamento sottostante ammantato di neve mietendo 173 vittime, in gran parte vecchi, donne e bambini ammalati di vaiolo. Il capo Heavy Runner, che era corso fuori dalla propria tenda sventolando l’accordo firmato solo 23 giorni prima in presenza del Generale Sully, venne falciato senza cerimonie. I feriti, semmai ce ne furono, morirono poco dopo, quando i soldati abbatterono le tende e vi diedero fuoco. La guida indiana Joe Kipp, che aveva segnalato che i simboli sulle tende non erano quelli del gruppo ribelle di Mountain Chief, venne zittita sotto la minaccia di una pistola. Nonostante il clamore suscitato dallo "sbaglio" del Colonnello, le vittime vennero ben presto dimenticate anche da coloro che rimasero inizialmente inorriditi dalla strage. Quei pikuni sparirono dalla Storia e dalla memoria come il luogo stesso del loro massacro, identificato dopo più di 120 anni dallo stesso Welch. Erano diventati ombre, ombre sbiadite quanto il linguaggio pittografico che decorava le loro tende.

A tutt’oggi, ampi stralci di Storia americana sono insufficientemente esplorati: l’attivista e professore universitario Ward Churchill ne ha compilato un lungo elenco, sottolineando come essi siano in contrasto con quanto stabilito dalle Nazioni Unite all’indomani della Seconda Guerra Mondiale in materia di prevenzione di atti di genocidio. Legislazione internazionale alla mano, Churchill chiama per nome quello che è avvenuto negli ultimi secoli nel continente americano ai danni degli abitanti originari: si è trattato di tentativi metodici di genocidio perpetrati in forme diverse e con mezzi diversi in epoche diverse.

Anne D. Dutlinger, nella prefazione del libro "Art, Music and Education as Strategies for Survival. Theresienstadt 1941-45", rileva l’impressionante similarità tra i collages fatti dai bambini ebrei prigionieri nel campo di Terezin e i disegni sui quaderni a righe, che i bianchi usavano per la contabilità, fatti dagli indiani prigionieri nei forti negli anni Settanta dell’Ottocento. Circostanze diverse, identico impatto sullo spirito e sull’animo. Queste sono le ombre della Storia. Sono ombre americane, ruandesi, cecene, ex-Jugoslave. Sono ombre di popoli. Ombre di etnie. Sono persone diventate ombre perché perseguitate da altre persone in nome di una guerra che è innescata da motivi diversi ma è sempre la stessa. E il suo nome è follia.

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