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Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte di L. Garofalo
19.12.2010

Berlusconi, le manovre del Palazzo e le rivolte sociali
Il nuovo movimento studentesco, che ha assunto le dimensioni di una rivolta
sociale di massa, è stato demonizzato non tanto per gli atti di devastazione
commessi (sempre deprecabili, ma su questo punto conviene ragionare meglio),
quanto perché ha osato sfidare il Palazzo, dichiarando esplicitamente di
voler sfiduciare il governo dal basso, mentre le congiure e gli intrighi del
Palazzo non hanno ottenuto lo scopo di defenestrare Berlusconi e la sua
cricca di affaristi, faccendieri e massoni che controlla il Paese.

Si dice che "le vie della politica sono infinite", ma sarebbe più corretto
parafrasare: "le anomalie della politica sono infinite". In Italia, da
almeno quindici anni, le anomalie infinite sono la regola, non l'eccezione.
Il maestro dei conflitti di interesse e delle anomalie italiche è un
monopolista senza scrupoli che si è impossessato del governo della nazione e
lo gestisce come se fosse un'azienda privata. E' "sceso in campo" nel 1994
annunciando di voler compiere una "rivoluzione liberale" con la gente meno
liberale e meno democratica in circolazione, dai fascio-leghisti agli
esperti prezzolati dello squadrismo e del fango mediatico. Il "campione del
liberalismo" di cosa nostra ha messo in piedi una coalizione sedicente
"moderata" aggregando i reduci dell'estremismo neofascista (qualsiasi
delinquente da strada sarebbe stato più civile e mansueto del ministro
guerrafondaio La Russa visto nell'ultima puntata di Anno Zero) con gli
esemplari del leghismo razzista e secessionista, ex squadristi e piduisti,
impostori e ciarlatani, urlatori arroganti, squilibrati e sguaiati con i
sicari professionisti della disinformazione.

Per quanto concerne la violenza politica, il discorso si fa più vasto e
complesso e non può essere ridotto al problema delle molotov o delle vetrine
rotte, né conviene chiamare in causa gli "anni di piombo", le Brigate Rosse
ed altro, che anzi rischia di essere un'operazione criminale e mistificante.
La situazione politica e sociale odierna è assai diversa, per molti versi
peggiore. Oggi gli studenti non godono di alcuna collocazione sociale ed
economica stabile, né nutrono speranze di miglioramento futuro. Non hanno
neppure una rappresentanza politica come negli anni '70. In pratica sono
orfani e si pretende che si rassegnino ad una vita precaria, senza nemmeno
protestare.

Le manifestazioni del 14 dicembre hanno visto partecipare oltre centomila
persone. Non è dato sapere quanti fossero i poliziotti in piazza, ma non è
corretto affermare che dall'altra parte gli "aggressori" fossero migliaia.
Altrimenti potrebbero creare un esercito, per cui potrebbero organizzare
un'insurrezione di massa. In questi casi il numero è determinante. Si dice
che 10 teppisti sono una banda, mentre 10 mila formano un esercito. Inoltre,
occorre precisare che in mezzo agli scontri s'infiltra sempre qualche
provocatore addestrato dalle forze di polizia, per cui la situazione diventa
più caotica.

Una cosa è certa: nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi,
nessuno può prescrivere ricette e soluzioni precostituite, o almeno questo
movimento di massa non crede più ai parolai e ai pifferai magici. Si tratta
di un movimento che è sorto spontaneamente ed ha assunto connotazioni ed
istanze sempre più decise e radicali, espresse in una maniera sempre più
dura ed energica. Probabilmente anche a causa delle esperienze negative
trascorse ed in seguito a circostanze che hanno visto tali istanze
inascoltate e non recepite da nessuno all'interno dei palazzi istituzionali.

In passato, ad esempio negli anni '70, il PCI tentava di filtrare e
rappresentare (a modo suo, in base a logiche e convenienze elettorali) le
istanze provenienti dal basso, anche dai movimenti più estremi e radicali.
Oggi si contempla il deserto e forse è meglio, nel senso che i movimenti
sono costretti ad auto-organizzarsi in modo da rappresentare e rivendicare
fino in fondo le proprie istanze sociali e politiche. Ed è normale che in un
vuoto di rappresentanza politica ci possa essere qualcuno che decida di
urlare per farsi ascoltare e magari qualcun altro scelga di adottare metodi
più aggressivi e veementi. Se poi si aggiunge qualche balordo e qualche
provocatore infiltrato, il gioco è fatto. Ma è indubitabile che la violenza,
fine a se stessa, non risolve i problemi, dato che a questo scopo dovrebbe
servire la politica, intesa come risposta equa e democratica (non
autoritaria, non clientelistica, non paternalistica) ai bisogni e alle
richieste dei cittadini.

Il punto è che la politica istituzionale è ridotta ormai ad un ruolo
autoreferenziale e non si occupa della vita reale della gente, ma si adopera
solo al fine di preservare i propri privilegi e il proprio potere, che è
subordinato ai centri di dominio sovranazionale che fanno capo alla finanza
e al capitalismo globale. Il Palazzo non si prodiga affatto per risolvere i
problemi concreti della gente, non ascolta e non accoglie le istanze
avanzate dai movimenti. Perciò, è inevitabile che questi movimenti tendano a
radicalizzarsi.

Occorre comprendere che le violenze sono un parto degenere di un sistema
violento e corrotto, sempre più marcio ed incancrenito, capace di produrre
soprattutto "merci" putride come l'odio e la violenza, di cui si serve per
legittimare la propria esistenza. Una metastasi favorita dalla manipolazione
delle notizie e dal terrorismo psicologico che i mezzi di comunicazione di
massa attuano per costringere l'opinione pubblica in uno stato di tensione e
ricatto permanente. La violenza è parte integrante di una società che la
vitupera solo quando a praticarla sono gli altri, mentre è autorizzata ed
esercitata legalmente in termini di diritto e potere istituzionale quando è
opera del sistema stesso, come gestione armata a tutela dell'ordine sia
all'interno, cioè in termini di repressione poliziesca, che all'esterno,
ossia in termini di guerra e gendarmeria internazionale.

E' stata messa in moto una sorta di mostruosa fabbrica della violenza e
dell'odio, che genera comodi capri espiatori per suscitare e giustificare il
bisogno di interventi repressivi da compiere all'interno e all'esterno delle
società affaristiche e guerrafondaie. In questo meccanismo perverso e
criminale trovano una loro ragion d'essere i vari Bin Laden ed affini, i
violenti e i terroristi che rappresentano uno spauracchio utile ad una
logica di riproduzione perenne della violenza istituzionalizzata che serve a
perpetuare i rapporti di forza, di comando e subordinazione, sia
all'interno, cioè sul piano nazionale, che all'esterno delle società
imperialistiche ormai in fase di decomposizione avanzata.

Lucio Garofalo

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